“La separazione delle carriere non è il punto principale della riforma. Anzi è specchietto per le allodole, serve a nascondere il vero obiettivo della legge. Questa riforma non divide in due i Csm ma in tre introducendo l’Alta corte dove sono insieme Pm e giudici. Il vero obiettivo della legge di riforma costituzionale è demolire il Csm organo costituzionale posto dai costituenti a garanzia dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Non basta la declamazione dell’articolo 104 dell’autonomia e della indipendenza della magistratura, non la garantisce da sola. Sono i poteri di nomina, promozione, trasferimenti e disciplina definiti dall’articolo 105 che, come chiodi, così li definiva il relatore in Costituente Menuccio Ruinini, sono a puntellare l’autonomia e indipendenza della magistratura mettendola al riparo da qualunque possibile futura ingerenza della politica. Nella riforma Nordio Meloni il 105 viene completamente devastato, nessuno dei tre nuovi organismi – i due Csm e l’Alta Corte - ha contemporaneamente quei quattro poteri, ed è in questo modo che si riduce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”.

“Per di più – ha aggiunto il presidente del Comitato Società Civile per il No – lo spostamento di peso tra togati e laici previsto nell’Alta Corte, sbilancia i poteri verso la politica e non garantisce più a tutti i cittadini e le cittadine l’uguaglianza di fronte alla legge”.

La conclusione di Bachelet è stata netta: “Questa legge non ha nulla a che fare con la qualità e l’efficienza della magistratura, lo hanno detto esplicitamente sia il ministro Nordio che la presidente Bongiorno. Quel che servirebbe, invece, è l’aumento di personale, investimenti per l’informatizzazione del processo ecc. Questa legge ha a che fare con la volontà di fermare la magistratura che esonda (parola di Nordio), e a fermare l’intollerabile invadenza della magistratura (parola di Meloni). Per i cittadini il danno sarebbe quello di essere giudicati da un giudice intimidito da un Alta Corte non più presieduta dal Presidente della Repubblica e dove il potere tra togati e laici è squilibrato a favore dei laici. I giudici saranno più timorosi di disturbare il manovratore e quindi la giustizia non sarà più uguale per tutti. Il risultato sarà quello di avere una giustizia forte con i deboli e debole con i forti”.